Aborigeni Australiani

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Aborigeni Australiani, il termine Aborigeno che deriva dal latino aborigines e significa originario di quel luogo, indigeno, attribuito in passato agli antichi abitatori dell’Italia centrale, è più spesso associato agli abitanti nativi dell’Australia: furono i colonizzatori inglesi, giunti per impossessarsi di quelle terre ritenute impropriamente di nessuno, a chiamare così i locali natii, riconoscendo, in questo modo, da un lato la loro stirpe dall’altro calpestando la loro arcaica provenienza. In realtà, la popolazione aborigena ama sempre meno questo appellativo – non a torto -, scegliendo per se stessi definizioni legate alla propria lingua madre, ed essendo tante, altrettanto numerosi sono i nomi che li contraddistinguono: arelhe, anangu, yapa, koori, murri ed ancora palawah… Etnia di grande eredità spirituale ed intellettuale, considerata a ragion veduta la più antica al mondo, la aborigena ha sempre incentrato ed organizzato la propria vita sul rispetto, la devozione e l’omaggio alla Terra, unica fonte di ispirazione e fede per questo popolo, che ha saputo fin dagli albori della propria civiltà vivere in perfetto equilibrio ed armonia sia con l’ambiente esterno, sia con tutti gli esseri viventi che lo abitano.
In principio comunità nomade, che adattava i propri spostamenti ai cambi delle stagioni come al trasferirsi degli animali, dei quali si cibava, in diverse aree, quella aborigena viveva nei periodi di stabilità in caverne, campi aperti e al riparo di semplici strutture di foglie secche e frasche.
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Questo stile di vita estremamente autentico, istintivo, profondamente legato all’essenza stessa dell’esistenza e del creato, ha sviluppato in loro un sentimento religioso -in senso lato- legato all’Epoca o Tempo del sogno, periodo mitologico primordiale avvenuto anteriormente della creazione del mondo e che unisce tutte le differenti tribù autoctone: in questo tempo leggendario, i primi esseri, gli Antenati Totemici o Creature Sognanti, attraversarono l’immenso continente vivendo ogni cosa succedesse loro come unica e prima, imprimendone il ricordo nella terra, cantando il nome di tutto ciò incontrassero lungo il cammino, fossero essi alberi, animali, fiumi, rocce, montagne… dando così origine al mondo conosciuto.

Ecco quindi la creazione di una mappa fatta di musica, dove il corpo, la terra ed il suono sono le coordinate per poterla attraversare, una carta geografica metafisica e terrena al tempo stesso che include la sacralità di tutti gli elementi naturali uniti alla capacità di profezia dei sogni.
Tutti i racconti del tempo ancestrale vennero tramandati attraverso canti tribali, resi in questo modo gli unici mezzi capaci di mediare il linguaggio terreno con quello più supremo ed assoluto del sogno.
Il percorrere queste Piste dei Sogni o Vie dei Canti, questi primitivi cammini immaginari ed astratti, percepibili e riconoscibili esclusivamente dagli stessi aborigeni, porta alla consapevolezza, alla percezione ed alla comprensione degli eventi mitologici ed alla rivelazione dell’intima ed interiore armonia della creazione: tutto ciò si incontra viene elevato a simbolo sacro e solenne, caricato di un forte valore rappresentativo che racconta ed esprime l’ unione ed il legame con gli antichi Esseri Primordiali.
Le Vie dei Canti, o Orme degli Antenati o Vie della Legge come gli Aborigeni le chiamano, equivalgono ad una dettagliata descrizione del territorio, vera e propria rappresentazione grafica dell’immenso deserto australiano, indispensabile per orientarsi nel suo interno: seguendo questi percorsi, gli Aborigeni, unici in grado di poterlo fare, si muovono dentro ad un ambiente apparentemente inospitale ed uniforme ad altri, guidati semplicemente da riferimenti quali alberi, rocce, asperità del suolo ma che per loro hanno un significato preciso ed inequivocabile. Questi straordinari segni hanno da sempre affascinato ed attratto numerose persone, soprattutto coloro avessero una profonda sensibilità ed un’attenzione particolare.
Tra questi spicca il nome di Bruce Chatwin, uomo di raro talento e grande viaggiatore, una delle voci più originali del panorama letterario mondiale.
Chatwin scrive nei suoi diari: ”Ogni albero era un’insegna al neon. Non c’era parte della regione che fosse insignificante ai loro occhi. C’erano solo gradi di significato”.
Ancora, Chatwin individua nel suo Le Vie dei Canti come questi percorsi contenessero indicazioni utili a qualsiasi tipo di sradicamento, racchiudendo essi l’essenza religiosa e tradizionale di questo popolo.
“L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’è roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato”.
Ogni via ha quindi un proprio canto, e l’insieme di questi cammini costituisce una trama di tracciati apparentemente discontinui con un forte significato simbolico, che percorrono e delineano lo spazio alla pari di una guida cantata.
In un altro passaggio, l’autore inglese scrive: “Gli Uomini del Tempo antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica. Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e infine quando ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi.”
Tutto ciò gli Antenati diffusero, divennero segni di riconoscimento appartenenti alle diverse tribù, che ciascuna caratterizzò con propri suoni e proprie orme di riferimento e sostegno: per questo motivo, è giusto definire questo popolo errante più che nomade.

In qualunque luogo essi si trovino, fondamentali sono le cerimonie tribali che celebrano, assistiti dagli spiriti arcaici, con danze tradizionali eseguite al suono del didgeridoo -strumento musicale sciamanico tipico delle regioni del nord- e delle pietre sacre tjurunga, percosse dalle donne, i corpi disegnati e decorati da miriadi di puntini colorati.
Non esiste un linguaggio scritto, le loro comunicazioni si sono sempre basate sulla rappresentazione pittorica e l’arte aborigena è da considerarsi una delle più antiche rinvenute: le pitture e incisioni rupestri ritrovate sull’altopiano di Arnhem, nella zona settentrionale dell’Australia, risalgono a più di cinquantamila anni fa.
Oltre a pitture murali, da ricordare quelle su corteccia, con raffigurazioni di animali mitologici e ancestrali stilizzati, realizzati con la tecnica del tratteggio, cross-hatching, eseguite con terre naturali.
All’interno del territorio australiano, nella parte desertica del centro, si trova l’artigianato con lo stile più noto dell’arte locale: straordinarie variopinte pitture composte da miriadi di puntini dai vivaci colori, i quali, formando fitti reticoli di linee e cerchi, riproducono gli itinerari e le soste dei viaggi compiuti dagli Esseri Arcaici.
Tutta la popolazione aborigena, da migliaia di anni, si riconosce e determina in questi speciali segni di appartenenza, nelle musiche che rimandano a rotte che ininterrottamente affermano la loro discendenza, ad orme di antenati che tramandano tutto ciò sia stato acquisito alle generazioni future.
L’epoca moderna però li pone nella condizione di perdere tali punti di riferimento, il rischio di scomparire, di vedere i propri sentieri attraversati da ferrovie, spazzati via per fare posto a fondamenta di palazzi: tale rovina annulla millenni di memoria e di racconto, rendendo questo popolo spaesato, confuso e smarrito, impaurito di fronte ad un male con il quale il destino li ha costretti a confrontarsi.

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